Questo spettacolo è pensato come una Sacra Rappresentazione contemporanea che intreccia le canzoni di De André con i brani narrativi tratti dai Vangeli apocrifi cui lo stesso autore si è ispirato. Prosa e musica sono montati in una partitura coerente al percorso tracciato dall’autore nel disco. I brani parlati sottolineano la forza evocativa e il valore delle canzoni originali, svelandone la fonte mitica e letteraria".

Così Giorgio Gallione -regista e drammaturgo- commenta lo spettacolo portato sulle scene italiane da Neri Marcoré, assieme a Giua (voce e chitarra), Barbara Casini (voce, chitarra e percussioni), Anais Drago (violino e voce), Francesco Negri (pianoforte e voce) e Alessandra Abbondanza (voce e fisarmonica) e le scene di Marcello Chiarenz, i costumi di Francesca Marsella e le luci di Aldo Mantovani.

Lo spettacolo, parte dell'affascinante e originale cartellone CeDAC Sardegna, è andato in scena al Teatro Comunale di Sassari (11 marzo) e al Teatro Massimo di Cagliari (12-16 marzo).

Neri Marcorè si confronta con Fabrizio De Andrè in uno spettacolo di teatro canzone che fa rivivere sul palcoscenico La buona novella, album pubblicato dall’autore nel 1969. Marcorè e il drammaturgo e regista Giorgio Gallione rinnovano il loro sodalizio artistico nel nome del grande cantautore genovese portando in scena il suo primo concept album, costruito quasi nella forma di un’opera da camera, composto per dar voce a molti personaggi. 

"Avevo urgenza di salvare il cristianesimo dal cattolicesimo" -dichiarò a suo tempo De André - "I vangeli apocrifi sono una lettura bellissima con molti punti di contatto con l'ideologia anarchica".

Seguendo le caratteristiche degli Apocrifi, "La Buona Novella" secondo De André sottolinea l'aspetto più umano e meno spirituale assunto da alcune tradizionali figure bibliche (ad esempio, Giuseppe) e presta maggiore attenzione a figure minori della Bibbia, che qui invece diventano protagonisti (ad esempio Tito e Dimaco, i ladroni crocefissi insieme a Gesù).

La figura di Cristo è dunque narrata attraverso quella dei personaggi che hanno a che fare con lui e con la sua storia, mentre appare direttamente come protagonista solo nella canzone Via della Croce.

 "Laudate Dominum" introduce la narrazione, raccontando l'infanzia di Maria: un'infanzia terribile segregata nel tempio ("dicono fosse un angelo a raccontarti le ore, a misurarti il tempo fra cibo e Signore"), finché l'impurità attribuitale a causa delle prime mestruazioni ("ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio, la tua verginità che si tingeva di rosso") non provoca il suo allontanamento e la scelta forzata di uno sposo. Il matrimonio avviene con un uomo buono ma vecchio, il falegname Giuseppe ("la diedero in sposa a dita troppo secche per chiudersi su una rosa") che la sposa per dovere e che la deve poi lasciare da sola per quattro anni per motivi di lavoro.

"Il ritorno di Giuseppe" descrive la fatica della vita di Giuseppe, che -tornando a casa- porta una bambola per Maria, trovandola implorante affetto e attenzione.

"Il sogno di Maria" riporta la scena nel tempio. In un sogno l'angelo che usava farle visita la porta in volo lontano "là dove il giorno si perde": lì le dà la notizia della futura nascita di un bimbo. Il testo allude a un concepimento più terreno di quello raccontato dai vangeli canonici. Al risveglio Maria capisce di essere incinta ("parole confuse nella mia mente, svanite in un sogno ma impresse nel ventre") e si scioglie in pianto.

Il lato A di quest'avventura-vinile si conclude con "Ave Maria", omaggio alla donna nel momento del concepimento ed espressione della maternità inaspettata ("ave alle donne come te Maria, femmine un giorno e poi madri per sempre").

"Via della croce" è una delle canzoni in cui De André lascia trasparire i suoi pensieri e i suoi sentimenti anarchici: "il potere vestito d'umana sembianza ormai ti considera morto abbastanza". Il testo narra del percorso compiuto da Gesù per arrivare nel luogo della crocifissione.

"Tre madri" parla della reazione delle suddette alla vista dei rispettivi figli crocifissi: le madri dei ladroni dicono a Maria che non ha alcuna ragione di piangere così "forte", dal momento che sa che suo figlio, al contrario dei loro, "alla vita, nel terzo giorno, [...] farà ritorno". La canzone si conclude con le parole di Maria che spiegano il motivo della sua tristezza: "non fossi stato figlio di Dio/t'avrei ancora per figlio mio".

Il penultimo brano è forse tra i più famosi del cantautore genovese: "Il testamento di Tito" elenca i dieci comandamenti, analizzati dall'inedito punto di vista del già citato ladrone. Per quanto riguarda la musica, la prima strofa incomincia semplicemente con la voce e un leggero accompagnamento con la chitarra: vi è poi una climax musicale, ricca di strumenti e di accompagnamenti, che culmina nell'ultima strofa.

"È, insieme ad Amico fragile, la mia miglior canzone" -dichiarò Faber- "Dà un'idea di come potrebbero cambiare le leggi se fossero scritte da chi il potere non ce l'ha. È un altro di quei pezzi scritti col cuore, senza paura di apparire retorici, che riesco a cantare ancora oggi, senza stancarmene".

"Laudate hominem", canto liturgico che incita a lodare l'uomo non in quanto figlio di un dio, ma in quanto figlio di un altro uomo (ergo fratello), chiude e suggella il viaggio... nella buona novellla.