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Viaggio nei labirinti della mente e del cuore con “Non si fa così” (“La Note”) della drammaturga, sceneggiatrice e regista francese Audrey Schebat (già autrice de “La Perruche”, portata al successo da Barbara Schulz e Arié Elmaleh nel 201 al Théâtre de Paris, mentre “La Note” (2023) con Sophie Marceau e François Berléand è stata rappresentata al Théâtre des Bouffes Parisiens), una commedia dolceamara sull'amore e sulla vita di coppia, nell'interpretazione di Lucrezia Lante della Rovere e Arcangelo Iannace, con scenografia di Katia Titolo, costumi di Francesca Brunori e disegno luci di Giuseppe Filipponio, per la regia di Francesco Zecca (aiuto regia Ramona Nardò), produzione Argot Produzioni in collaborazione con Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito.
Lo spettacolo debutta in prima regionale mercoledì 26 marzo al Teatro Comunale “Akinu Congia” di Sanluri, spostandosi poi giovedì 27 marzo al Teatro “Antonio Garau” di Oristano, venerdì 28 marzo al Teatro Costantino di Macomer, sabato 29 marzo al Teatro “Tonio Dei” di Lanusei, domenica 30 marzo al Teatro Comunale di Dorgali e infine lunedì 31 marzo alle 21 all'AMA / Auditorium Multidisciplinare di Arzachena (in collaborazione con Deamater), sotto le insegne della Stagione di Prosa 2024-2025 organizzata dal CeDAC (con patrocinio e sostegno del Ministero della Cultura, della Regione Autonoma della Sardegna e dei Comuni aderenti al Circuito e con il contributo della Fondazione di Sardegna).
Un'intensa tournée nell'Isola per la pièce che affronta il sentimento più universale in una prospettiva inedita, mettendo sui silenzi e le mutue incomprensioni che minano la solidità di una relazione, rendendo illusoria ogni idea di felicità nonostante il fuoco della passione e le affinità elettive: l'incapacità di comunicare genera un profondo senso di solitudine che può tradursi in cupa disperazione per chi si senta imprigionato in una routine, al punto di desiderare e cercare a tutti i costi una via di fuga.
“Non si fa così” inizia dal momento cruciale in cui l'arrivo inatteso di Francesca, pianista di fama mondiale, di ritorno da un viaggio di lavoro impedisce a Giulio, affermato psicanalista, di compiere un gesto irreparabile: superato lo shock, la protagonista prende atto del grave disagio del suo compagno, di cui non aveva saputo o voluto cogliere le avvisaglie. Nello sgomento e nella sorpresa, la donna cerca di comprendere le ragioni dell'altro, e non a caso il titolo rimanda alle regole di un presunto galateo sentimentale, e specificamente alla necessità e all'obbligo morale di lasciare un biglietto, o comunque offrire qualche spiegazione prima di uscire definitivamente di scena.
In realtà, l'uomo non aveva affatto pensato di dare una giustificazione della sua scelta: a dispetto delle sue competenze professionali e della consapevolezza del dolore e del vuoto dell'assenza, Giulio se ne sarebbe andato via per sempre, appeso al lampadario nella cucina della loro casa, senza neppure una lettera di commiato. Un addio senza parole. La pièce comincia per così dire dalla fine, quando Francesca, virtuosa della tastiera si ritrova a fare i conti con il fallimento di un rapporto ormai consolidato e sul crollo delle sue certezze, oltre che sulla necessità, dopo la tragedia sfiorata, di ripensare la propria vita così come Giulio, dopo aver meditato e pianificato un atto tanto estremo, deve in qualche modo rispondere agli interrogativi cui aveva deliberatamente tentato di sottrarsi.
Audrey Schebat inventa una situazione paradossale in cui un uomo e una donna, uniti da un legame affettivo e da una lunga e presumibilmente serena convivenza, si scoprono all'improvviso lontanissimi, al punto che lui non ha neppure ritenuto di dover annunciare né giustificare la sua intenzione di farla finita. La sorte ha stabilito altrimenti, il ritorno anticipato di Francesca ha interrotto l'esecuzione del macabro rito e ora la strana imbragatura resta come un monito per la coppia, un invito a una confessione in cui mettersi finalmente a nudo, analizzare gli eventuali errori e le mancanze, partire dal passato il passato per comprendere il presente, prima di affrontare il futuro.
Un evento traumatico scuote le coscienze, e seppure senza giungere al tragico epilogo, i due protagonisti non possono più ignorare, inconsapevolmente o meno, che la loro storia sia giunta a un punto di non ritorno: durante una interminabile notte, Francesca e Giulio tracceranno un bilancio delle rispettive esistenze, riflettendo "sulle scelte e sulle non scelte, sull’inconciliabilità di alcuni pensieri e azioni e, inevitabilmente, sulla loro relazione". La pièce mette in discussione proprio il significato della vita di coppia, la durata di un rapporto, il desiderio e l'abitudine, i nodi irrisolti, le aspirazioni e le delusioni, la gioia e l'amarezza, la possibilità di creare le basi e impegnarsi giorno per giorno per costruire un legame solido in grado di sfidare il trascorrere del tempo.
"Ci nascondiamo ogni giorno dietro le nostre routine, aggrappati ai nostri lavori più o meno soddisfacenti, alla ricerca di quei successi tanto agognati ma che, da motore delle nostre esistenze, sono diventati trappole per le nostre anime" – si legge nelle note di presentazione – "Davanti a un grande dolore ci sono due possibilità: o si soccombe o si ritrova la motivazione per riaccendere lo sguardo, smascherando le nostre anime e rimettono in luce i nascondigli dei nostri cuori". Lo spettacolo racconta di una crisi, e di una seconda chance offerta ai due protagonisti, purché scelgano finalmente di confrontarsi con la verità: il gesto di Giulio non concede alternative, e solo rimettendosi in gioco la coppia può sopravvivere, o magari separarsi per sempre. "Una sola notte per lasciarsi o amarsi di nuovo. Una sola notte per reinventare il proprio destino".
Sulla scena, in chiave di commedia, si rappresentano i fragili equilibri della vita di coppia e la possibilità di realizzare, con impegno e passione, la felice alchimia che rappresenta (forse) il segreto della felicità. Sotto i riflettori Lucrezia Lante della Rovere, attrice di cinema e di teatro, dall'esordio sul grande schermo con la regia di Mario Monicelli in “Speriamo che sia femmina” ai film di Pupi Avati e Luigi Magni, accanto a “Viola di mare” di Donatella Maiorca, “SMS - Sotto mentite spoglie” di Vincenzo Salemme e “Benedetta Follia” di Carlo Verdone, fino a “Ennio Doris - C’è anche domani” di Giacomo Campiotti e “Flaminia” di Michela Giraud, oltre alle fiction televisive – da “Orgoglio” a “Bella da morire” – con all'attivo un'intensa carriera sulla scena, tra testi classici e contempranei, da “Quando eravamo repressi” di Pino Quartullo e “Oleanna” di David Mamet diretta da Luca Barbareschi a “Malamore” di Concita De Gregorio (con cui ha vinto il Premio Flaiano), “Io sono Misia” di Vittorio Cielo, “Il padre” di Florian Zeller, “II cielo sopra il letto - Skylight” di David Hare e “La Divina Sarah” di Eric-Emmanuel Schmitt.
Nel ruolo di Giulio, Arcangelo Iannace, attore di teatro formatosi sul metodo Strasberg con Elisabeth Kamp, Geraldine Baron, Susan Batson e Michael Margotta, che alterna la partecipazione a fiction e serie tv all'interpretazione di testi classici e contemporanei, diretto tra gli altri da Luciano Melchionna, Carlo Simoni e Filippo Gili.