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“Non cercano il lusso sfrenato. Con i soldi della rapina si comprano una concessionaria, un bar, un pezzo di terra. Ci si emancipa.” A dirlo è Roberto Saviano, commentando l’assalto avvenuto venerdì 28 marzo sulla variante Aurelia, a San Vincenzo (Livorno), dove un commando armato ha assaltato due portavalori, portando via oltre quattro milioni di euro.
Saviano sottolinea come, secondo quanto emergerebbe da alcuni video amatoriali, i rapinatori comunicassero tra loro con un marcato accento sardo, lasciando ipotizzare l’origine isolana del gruppo. Saviano poi descrive il modello criminale: “I sardi non producono mafia, ma criminali. Non accettano una gerarchia costante. Si riuniscono per un’azione, poi si sciolgono. Non c’è un boss che guadagna più degli altri. C’è un’azione, un bottino, e ognuno torna alla propria vita”.
Secondo lo scrittore, in molti casi il denaro proveniente da rapine come questa viene investito in attività locali – bar, terreni, piccole imprese – o in alcuni casi utilizzato per acquisti di cocaina da rivendere sul mercato estivo turistico. Un meccanismo chiuso: colpo, droga, guadagno e poi fine dell’alleanza.
Chi c'è dietro il commando che ha organizzato la rapina al portavalori in Toscana?
“Un'economia criminale in crescita che pianifica colpi nei minimi dettagli”.
Ecco l’analisi di Roberto Saviano sull’assalto ai portavalori di San Vincenzo raccontata sul suo canale YouTube.
“Gli assalti ai portavalori sono sempre più frequenti e sono un pezzo dell'economia criminale ormai sempre più fondamentale. Sono colpi organizzati con una strategia ben precisa, un investimento temporale economico importante, un piano spesso costruito in mesi e mesi di osservazione e informazioni. In questo caso, l'ultimo colpo avvenuto in provincia di Livorno, sulla variante Aurelia, nei pressi di San Vincenzo, l'assalto è avvenuto da una banda di rapinatori sardi. Lo sappiamo perché un video ha raccolto alcuni momenti dell'azione e si sentono i banditi con un accento sardo comunicare tra loro. Il colpo ha portato un bottino di oltre quattro milioni di euro, sembrerebbe quattro milioni e mezzo, sono le pensioni destinate agli sportelli della Maremma. I due grandi gruppi che in questo momento fanno gli assalti ai portavalori sono gruppi sardi e gruppi foggiani. Precisamente i cerignolani sono la parte dell'organizzazione mafiosa garganica dedita ai portavalori. Invece le organizzazioni sarde sono Sassari e Desulo soprattutto".
Saviano continua: "La strategia è la solita, cercano un restringimento di carreggiata, in questo caso l'autostrada si restringe a un'unica corsia. Hanno due furgoni come obiettivo e utilizzano una classica ‘strategia di freno’ e cioè i due furgoni sono sorpassati in questo caso da un camper e da un altro camion. Il camper lentamente decelera, i portavalori, per non tamponare, devono decelerare e non hanno possibilità di impegnare un'altra corsia per superare. Devono chiaramente rallentare il passo e frenare perché il camper dei banditi, a un certo punto, dopo aver decelerato, inchioda come in panne. Il secondo camion chiude impedendo la retromarcia. Sopraggiungono due auto, tre auto in appoggio ai due camion dei rapinatori che immediatamente scendono, aggrediscono i portavalori in un modo molto preciso: sparano in aria, sparano al vetro blindato sapendo che il proiettile non lo forerà, ma devono intimidire i vigilantes. I vigilantes potrebbero semplicemente non scendere dal portavalori, chiamare rinforzi, sparare loro stessi, ma sono sopraffatti dalla forza, in questo caso del gruppo, perché l'alternativa al non scendere e allontanarsi e morire tra le fiamme. Perché cospargono il portavalori di benzina, utilizzano un esplosivo per innescare la fiammata, e soprattutto per sfondare il blindato, e accedere alla refurtiva, al denaro. Non resta altro quindi ai vigilantes di scendere e allontanarsi. A quel punto i banditi fanno saltare proprio, fanno brillare la porta blindata del portavalori, prendono le sacche con il denaro liquido, quindi cartamoneta, caricano le macchine, danno fuoco a tutto, danno fuoco ai loro mezzi, danno fuoco ai portavalori e scappano. Tutto è fatto con molta concitazione. La persona che con il telefono, a decine di metri, sta riprendendo la scena, viene individuata da uno dei banditi che gli dice proprio che ‘cosa riprendi” e spara in direzione senza volerlo colpire, ma in direzione della persona che sta riprendendo con un telefono la scena. Scappano in direzione sud, sembrerebbe, abbandonano poi le macchine utilizzate di appoggio alla rapina, salgono su macchine pulite e si dileguano".
Dove viene nascosto il denaro
"Strategicamente noi sappiamo che in questi casi i soldi vengono nascosti in un magazzino, tenuti fermi per giorni e giorni, quindi non girano in auto cariche. L'unico modo che si ha per poter raggiungere macchine piene di denaro e nei minuti successivi, tentare, con fortuna o posti di blocco di raggiungere i rapinatori che stanno scappando con la refurtiva calda, si dice in questo caso, ma altrimenti una volta posizionata, in depositi e magazzini, probabilmente nelle campagne di Livorno, sono di fatto inaccessibili. Questi quattro milioni e mezzo saranno spartiti tra loro. Tra l'altro il gruppo era forte. Spendo la parola forte per dire numeroso perché c'è il gruppo debole. In gergo significa una rapina fatta da 2, 3 persone. Una rapina forte sono più di 5, quindi sarà spartito tra di loro. Il denaro quasi sempre arriva poi in Sardegna. Utilizzano ditte di spedizionieri che nascondono poi il denaro in doppi fondi in mille modi, in vestiti, confetture. Insomma, ci sono infiniti modi, così come si nasconde la cocaina, si può nascondere la cartamoneta", spiega ancora Saviano.
"Perché le organizzazioni sarde riescono a strutturarsi in gruppi di banditi e assalitori di portavalori, quindi rapinatori, e non dentro strutture criminali mafiose? Il discorso potrebbe essere davvero molto lungo. Provo a fare una sintesi. Le organizzazioni criminali sarde fanno narcotraffico. Questi soldi probabilmente o una parte di essi saranno investiti in cocaina. Abbiamo referenti della camorra e della ndrangheta in Sardegna per il mercato interno. In alcuni casi utilizzano la Sardegna come hub per tenere cocaina, soprattutto cocaina, quindi come un grande magazzino, e poi farla arrivare, insomma sulle coste francesi, sulle coste catalane. Ma sono sempre sottoposti al potere delle organizzazioni criminali del continente. I sardi non producono mafia, producono criminali, ma non producono mafia. La risposta, per quanto mi riguarda è molto chiara: le organizzazioni sarde e quindi il sardo criminale mal sopporta la gerarchia, soprattutto una gerarchia costante. Può accettare una gerarchia operativa riguardo appunto un assalto, di che ci sia un capo, un coordinatore, ma non può sopportare l'egemonia di un boss, la gerarchia costante, l'essere soldato e la presenza di un ufficiale, di un capo che guadagna di più e di un soldato che guadagna di meno. C'è una istintiva mal sopportazione della cultura criminale sarda è così stato anche per i sequestri. Ha una struttura gerarchica. Anche per i sequestri il gruppo di banditi si raccoglieva per quel singolo obiettivo, quel singolo sequestro e poi subito si scioglieva. C'erano singole individualità che poi potevano ritrovarsi per un secondo progetto criminale, ma era molto raro e poi era determinato da rapporti personali".
Saviano spiega come viene usato il denaro
"Culturalmente, il criminale sardo fa un assalto, così come faceva un sequestro, con quel denaro si emancipa dal lavoro dipendente. Quindi il gregge, quindi il bar, quindi la concessionaria, raramente, il lusso, raramente è un investimento dentro un'organizzazione. Prima, però, ho fatto cenno alla all'investimento in cocaina, sì, perché più volte abbiamo visto negli ultimi anni, soprattutto con la banda dei rapinatori desulesi, Barbagia quindi, il denaro veniva poi investito, comprandolo o dalla camorra o dalla ndrangheta, stupefacente. Quindi cocaina da vendere ai turisti d'estate, da vendere quindi su altre piazze e fare danaro circoscritto a quell'operazione: rapina, coca, danaro, chiuso il rapporto. Dell'organizzazione resta il singolo trafficante, che di volta in volta ha nuovi partner. Ma non c'è una mafia sarda, non c'è per riluttanza alle gerarchie, per una difficoltà, ribadisco, per l'impossibilità del nuorese, dei gruppi di Sassari. A inserirsi in una dinamica di obbedienza, di scalata del potere, di gerarchie, di gradi".
L'assalto. Mesi di osservazione
Saviano poi sottolinea: "Questo assalto avvenuto ai portavalori mostra una conoscenza dei movimenti, la ditta di portavalori, quindi la ditta privata che gestiva la sicurezza delle pensioni, che sarebbero poi andate negli sportelli del Grossetano, la Battistolli Group, è stata probabilmente a lungo monitorata, sapevano i movimenti. Hanno saputo pedinare, non insospettendo i vigilantes. Questo gruppo è stato abilissimo, nel non farsi scoprire nella fase di pedinamento. I due portavalori sono partiti dalla sede di San Pietro in Palazzi, proprio a Cecina e probabilmente già da quel movimento primo, quindi da quella partenza, sono stati osservati e seguiti. Dalla prima ricostruzione, il secondo portavalori non aveva denaro, era solo di supporto, non è servito a molto. Avevano armi d'assalto i banditi e quindi potevano tenere testa a un'eventuale scelta di aprire il fuoco da parte dei vigilantes del secondo portavalori, sapevano quale dei due contenesse danaro e sono andati a colpo sicuro. L’organizzazione sarda era composta da 10 persone, poi bisogna capire se all’interno c’erano altri gruppi”.